Soccorritori: prima bisogna pulirsi le scarpe


Gianni Sicilia è soccorritore diplomato, cioè è quello che arriva con l’ambulanza quando ti fai male. Lavora per il Soccorso Tre Valli, che è nato proprio vent’anni fa, ed è padre di tre figli.
La cosa più difficile del suo mestiere? Non sapere se quando ti chiamano vai da qualcuno che conosci. La cosa più bella? Quando l’adrenalina lascia il posto al sollievo, perché capisci che il pericolo più grave è scampato.

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Pubblicato su Ticino7

La rivoluzione silenziosa della virilità


Un tempo erano i capofamiglia e portavano a casa lo stipendio. Oggi il lavoro è in crisi e le coppie tendono sempre più a condividere tutte le mansioni e le responsabilità.
C’è chi denuncia a gran voce la scomparsa dell’uomo virile e vorrebbe tornare a una maggiore suddivisione di genere. D’altra parte, da decenni stiamo assistendo a una rivoluzione silenziosa: quella della paternità.
Gli uomini di oggi sono liberi di essere chi vogliono? Chiediamolo a loro.
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Pubblicato sulla Regione

Contro l'Empatia. Perché troppa empatia fa male


Empatia: una parola e un concetto molto alla moda. Bisogna essere empatici per stare a questo mondo senza essere tacciati di egoisti e senza cuore: mettersi nei panni degli altri, soffrire per l’umanità in difficoltà, struggersi insieme ai protagonisti di tutte le peggiori storie del mondo.
Eppure quel dolore che ti viene nella pancia quando pensi ai bambini affamati non li salverà. Li salverà piuttosto una politica intelligente e lungimirante.
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Pubblicato su Azione

Manipolatori. Come riconoscerli e come liberarsene

 
Manipolatori



Tutti avranno conosciuto persone negative, ansiose, piene di critiche. Sono esasperanti e succhiano energia, ma non provocano angosce, insonnia, mancanza di fiducia in se stessi. Il manipolatore invece sì: ci distrugge nel più profondo di noi stessi, si insidia nei nostri pensieri giorno e notte, ci manda in depressione. Sono ben più rari, per fortuna, ma molto pericolosi. 

Pubblicato su Ticino7

La casa di mia madre, quando lei non c'è più



 
Quando una persona muore
a volte lascia un vuoto dentro e delle stanze piene.
E capita che lo sgombero sia
il miglior modo per congedarsi


Svuotare la casa dei genitori. Fa paura a moltissimi. È un peso, un’intrusione, un dolore. Quante persone mi hanno detto di aver fatto fatica, di non essere riusciti a buttare o a tenere quello che volevano. Ci sono famiglie che litigano, che si vendono tra loro i mobili, che non hanno lo stesso rispetto, la stessa leggerezza, o così gli sembra. Un fardello. Un momento di solitudine e polvere. C’era una signora, un’assistente sociale, che quando è andata in pensione mi ha detto: ‘Adesso vorrei fare quella che sta a fianco di chi deve sgombrare una casa. Curare quel distacco’.
Quando muore qualcuno non puoi tenere tutto, a meno di fargli il mausoleo. Se non hai le case di una volta, con la soffitta straripante, non puoi tenere quasi niente.
Devi guardare uno per uno ogni oggetto di una casa.
E può essere bellissimo.
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Pubblicato su Ticino7, febbraio 2020

Maternità: il filo che ci unisce. Storia di Angela Notari e della levatrice Lucia De Paris

Un libro sull'essere madre

Sorellanza è assenza di giudizio, ascolto, carezza. È qualcuno che viene a casa tua e riparte portandosi via il sacco dei rifiuti. È qualcuno che ti porta una teglia di lasagne da mettere in forno quando vuoi; qualcuno che ti dice: chiamami quando vuoi farti una bella doccia che vengo a casa tua a stare con il bebè. «Da quando è uscito il libro sono stata travolta dal bisogno di condividere e dalla sorellanza che teniamo nei cassetti», racconta Angela. Perché comunque il buon vecchio detto che ‘per far crescere un bambino ci vuole un villaggio’ è sempre vero, stampato in cima al cielo.

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Pubblicato su Azione inverno 2020

Psichiatria: non son mica matto



I manicomi sono nati in Europa nel Seicento. Ma non per un motivo di ordine medico, piuttosto per un’esigenza monarchica e borghese di ripulire le strade dagli emarginati. 
I matti erano sempre poveri, a volte disoccupati, omosessuali, alcolizzati, prostitute, donne che non si facevano picchiare dai mariti.
Ora è molto diverso: ci sono centri dove ognuno di noi può andare quando si sente un po' troppo fragile. 
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Pubblicato su Ticino7 gennaio 2020

Aline d'Auria e Boris Michajlov alla Biennale di Chiasso

Ad Aline d'Auria piacciono gli stadi intermedi. Quei segreti che mescolano gli elementi e rendono le cose molteplici. Ama i confini, Giano bifronte, quel momento quando dalla veglia si passa al sonno. Non per niente vive a Chiasso. Quando l’Ufficio Culture in Movimento della Città le ha chiesto di realizzare un’opera sulla migrazione silenziosa dall’Est Europa, ha deciso di lavorare sul viaggio, cioè su quel momento in cui una persona che vive in due mondi non è né di qua né di là.
«Prima ho incontrato persone. Russe, polacche, ucraine, rumene, albanesi, caucasiche, serbe, bosniache. Ho cercato di capire che cosa le aveva portate qui. Volevo sapere se a Chiasso si sentono a casa o se sognano sempre di tornare nel paese di origine. Mi interessava il contatto che mantengono con il luogo e la famiglia rimasta là, come comunicano e cosa si dicono?». Aline ha raccolto storie drammatiche, buffe, avventurose. Con un punto che la interessava: questi chiassesi dell’Est Europa, come li chiama lei, spesso a casa ci possono tornare, ogni anno, alcuni anche ogni mese. Tra loro ci sono badanti, ingegneri, musicisti, tecnici, donne delle pulizie.
E poi c'è chi nell'Europa dell'Est vi è rimasto. E questo è Boris Michajlov, il più grande fotografo dell'area ex sovietica, che lo racconta.

Palermo

 Pupi di ferro, minne di zucchero

Palermo fuori stagione offre tutto ciò che possono sognare gli amanti dei piaceri e della cultura, con un pizzico di avventura inaspettata

Se quello che cercate è bellezza, storia, buona cucina e perché no un pizzico di mare, però non vi piacciono il caldo eccessivo, la calca, i prezzi di alta stagione, allora Palermo d’autunno potrebbe fare al caso vostro. Naturalmente dovete amare i colori del Mediterraneo, i suoi canti di mercato di strada, la mescolanza di stili normanno arabo liberty e casoni popolari in decadenza. E non dovrebbero ributtarvi le interiora di capretto, un po’ di sporcizia qua e là, l’uso del clacson per esprimere la propria esistenza di guidatore d’automobile.
Il tour comincia vicino all’aeroporto, se volate. O al porto, se prendete una cuccetta da Genova.

Pubblicato su Il caffè

Mazara del Vallo: la città più araba della Sicilia

È la città più araba della Sicilia, dicono. Ma è una città fenicia, poi greca, cartaginese, vandala, bizantina. Una città di pescatori, di contadini, di commercianti. È una città di storie, di gabbiani e cani randagi. Di marinai.
Il Muezzin richiama alla preghiera cinque volte al giorno, le barche se ne escono a pesca al mattino e dalle chiese la sera escono i canti della Messa. 

Pubblicato su Ticino7

I Veneziani: il vero miracolo di Venezia

«Ieri un turista mi ha chiesto dove poteva trovare un’osteria tipica a Venezia. Io gli ho detto: vai di qua, passi sopra quel ponte, poi prendi la calle a destra, fai ancora un ponte e una calle, giri a sinistra e prosegui tutto dritto fino in stazione. Lì prendi il treno e scendi a Padova».

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Pubblicato su Ticino7

Storie all'orecchio. Il boom del podcast

 
«Il podcast è sulla bocca di molti e nelle orecchie di pochi». Daniel Bilenko parla di storie sonore nelle Università di Italia e Gran Bretagna e da anni contribuisce a costruire una cultura dell’ascolto anche da noi. «Qui molte persone pensano ancora che il podcast sia semplicemente la lista di quelle trasmissioni radiofoniche che si possono ascoltare in differita dopo che sono passate. Ma da una decina di anni il podcast è un mondo, una nuova biblioteca sonora che cresce ogni giorno di più, piena di storie prodotte da giornalisti, professionisti dell’audio o da persone comuni che sanno usare bene un telefonino. I podcast esistono indipendentemente dalle radio e quelli belli hanno alcuni tratti in comune: l’alta qualità del suono, il racconto della realtà usando tutti i trucchi della narrazione e la capacità di attivare la nostra immaginazione, rendendoci partecipi di quella storia».
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pubblicato su Azione

Giovani? No, bellissime. Storie di vecchiette stilose





La gioventù non è passata di moda, ma da un po’ di tempo non detiene più l’esclusiva della bellezza. Sarà per l’invecchiamento della popolazione o per la nausea a furia di ricercare la perfezione dappertutto, nuovi concetti di eleganza stanno sorgendo dappertutto. Anche nel campo della moda.
C'è un nuovo impulso di uomini e donne alla ricerca di espressione personale tramite i vestiti e gli accessori: l’advanced style, che sfida l’idea canonica di fisico sodo e fresco, rivendicando che ‘lo stile non ha età’, la classe è classe e il gusto è personale, non generazionale.

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Pubblicato su Azione

Gay: siamo persone che si amano. Storie di omoaffettivi in Ticino


 

«Oggi sono stati fatti passi avanti rispetto al passato», dice Giorgio. «Sulla carta non ci sono grandi discriminazioni, a parte la questione del matrimonio. Il gay pride è un giorno di festa, ma secondo me sarebbe bello se girassero rassegne di film a tema o cicli di conferenze; bisognerebbe parlarne anche nelle scuole. Inizierei però dal nome: sostituirei omosessualità con omoaffettività: siamo persone che amano, si innamorano, non solo che fanno sesso».


Pubblicato su Ticino7

Mestruazioni. Al ritmo della luna

  
Le donne di tutto il mondo stanno rivoluzionando il modo di vivere le mestruazioni

Media, blogger e case editrici non fanno che parlarne.
Ma non è solo il diritto di parlare di mestruazioni che è rivendicato.
È il diritto di sapere cosa c’è dentro ai tamponi,
il diritto a non considerare gli assorbenti un prodotto di lusso,
il diritto di essere più stanche e sensibili per qualche giorno al mese
senza essere tacciate di isteriche.
Le donne stanno dicendo che non sono nate per soffrire.



Apparso su Ticino7



La culla degli obbedienti. Inchiesta sul rapporto tra educazione e potere di Francesca Mandelli


Non vogliamo bambini di gesso

La culla degli obbedienti, di Francesca Mandelli, porta riflessioni sui rapporti tra educazione e potere

Negli anni Settanta Sergio Endrigo cantava la canzone del bambino di gesso, che ‘stava dove lo avevano messo, non sporcava i pavimenti, si lavava sempre i denti, non diceva parolacce, non faceva le boccacce’. La canzone era per genitori che si ribellavano ai sistemi educativi dell’anteguerra, che la facevano ascoltare ai loro bambini. Il Sessantotto e le rivoluzioni pedagogiche hanno modificato radicalmente il modo di crescere i figli, di lasciarli essere ‘quello che volevano’ e anche il modo di fare scuola.
C’è però chi ancora oggi mette in guardia contro i nuovi ‘bambini di gesso’: facciamo attenzione, bisogna distinguere permissivismo e libertà, autoritarismo e autorevolezza, contenimento e violenza, omologazione e rassicurazione, educazione e obbedienza.
Perché poi, continua Endrigo, quel bambino ‘ora grande è diventato, ma non è molto cambiato: compitissimo, prudente, ossequioso, diligente. Se gli danno sulla testa, dice grazie e non protesta.
Passa il giorno a fare inchini, non ha buchi nei calzini’...
E per metterci tutti in guardia, Francesca Mandelli ha appena scritto un libro.

Pubblicato su Azione

Mamme che fanno figli da sole




 Decidere di andare in un centro di fertilità per avere una donazione di liquido seminale non è più un tabù, anche se in Svizzera non è ancora possibile per le single...


«Ho provato così tante volte che hanno iniziato a farmi lo sconto: solo mille franchi per ogni embrione», ride Maria, perché è simpatica, forte, vitale, e perché adesso può posare lo sguardo su suo figlio, che è il regalo della vita più pieno che lei abbia mai ricevuto. Ha un nome greco questo suo bel figlio biologico, che le assomiglia tanto: è di Maria (non è il suo vero nome) e di un donatore di liquido seminale, che la clinica a Creta conosce, ma a cui loro non potranno mai risalire. Il nome, potrebbe essere Ulisse (non è Ulisse), è un omaggio alla terra dove Maria ha potuto rivolgersi per avere un figlio da single; in Svizzera invece la donazione di sperma è riservata alle coppie sposate.

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Pubblicato su Azione


Nataša prende il bus. Storie di badanti, di madri e di figlie

 
Anja, Nataša, Elvira, Alina, Romica, Katia, Iulia, Anna, Cristina: nove donne che hanno lasciato il loro paese nell’Est dell’Europa per lavorare come badanti in Occidente. Raccontano da dove vengono, il viaggio che hanno fatto, cosa hanno trovato qui.
Maddalena, Rosalia, Zoja, Natalia: quattro donne che a un certo punto della loro vita hanno dovuto decidere se assumere una badante per i loro genitori. Parlano dei loro sensi di colpa, del sollievo e della fatica (o no) di dare fiducia.
E poi c’è una nonna, che dava la benedizione alle sue nipoti, e Santina, che vive con una badante e dopo la morte vorrebbe diventare una morbida zolla di terra.
Quindici testimonianze cucite insieme da un canto d’amore, pieno di nostalgia e di voglia di conoscersi meglio. Una raccolta di voci attorno al mondo del lavoro di cura, dentro le nostre famiglie; un’opera di narrazione che mischia poesia e giornalismo.

Nata a Locarno, Sara Rossi Guidicelli è giornalista, scrittrice e mamma. Vive con la sua famiglia in Valle di Blenio, dove dirige la Rivista 3valli. Collabora con Azione, la Regione, Ticino7 e il collettivo letterario Arbok.
Chiara Fiorini, artista che vive a Zurigo, ha composto sei tavole per questo libro. È nata ad Acquarossa, si è diplomata alla Scuola Nazionale Superiore di Belle Arti di Parigi e dal 1983 vive e lavora a Zurigo. Accanto a dipinti in cui privilegia il figurativo e l’utilizzo di materiali e tecniche miste Chiara Fiorini crea oggetti e installazioni in interni e nella natura.
Le tavole illustrative che si trovano in questo libro sono state scelte dall’artista prendendo ispirazione dal testo e combinando parti dipinte e elementi ritagliati da stoffe e lettere.

Il libro si trova può ordinare in libreria o direttamente a ulivo@edizioni-ulivo.ch

Camminare sui carboni ardenti

 
La mia immaginazione mi mostra Mangiafuoco che minaccia Pinocchio di buttarlo nelle fiamme insieme con Arlecchino. Però voglio sapere perché qualcuno invece oltrepassa per hobby la sana paura di farsi male. Cosa ne ricava? Qual è il piacere per il quale buttare all’aria il buonsenso che ti dice di non scottarti? Quindi prometto che andrò.
È iniziata da poco la primavera quando Gérard Mocetti, organizzatore di camminate sulle braci ardenti, mi chiama: «Sabato camminiamo. Porta tre giornali vecchi, una coperta e un picnic. Siamo un gruppo di trenta persone, ti iscrivo come partecipante a tutti gli effetti».

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Foto di Stefano Spinelli. Articolo uscito su Azione

Artsakh, un fotografo e un pittore in Nagorno Karabakh


 


Il 4 ottobre a Yerevan German ha presentato il suo ultimo libro: Shushi 48 Hours, nella sala conferenze e concerti di un’osteria frequentata da giovani che si trova in uno scantinato. Shushi è la capitale culturale del Nagorno Karabakh, città posta a 1500 metri slm e gravemente colpita dalla guerra, che da alcuni anni cerca di riprendersi, puntando sulle sue risorse culturali e paesaggistiche per attirare turismo. Il Nagorno Karabakh, a seguito del referendum del febbraio 2017, ha adottato il nome ufficiale di “Repubblica dell’Artsakh” ed è così che qui la nominano, sebbene non sia ancora stata riconosciuta da nessun paese al mondo. «Questo libro non vuole mostrare le bellezze della città», spiega German alla piccola compagnia di persone venute per ascoltarlo. «I protagonisti delle fotografie sono gli uomini e le donne le cui vite sono legate a Shushi: quelli che sono stati cacciati da casa loro, quelli che sono stati forzati ad imbracciare le armi, quelli che hanno visto la propria città in fiamme, quelli che cercano di rifarsi una vita qui, quelli che la stanno ricostruendo. Siamo stati lì tre giorni, io e altri nove giovani fotografi tra i quali quasi nessuno conosceva Shushi. Ci siamo presi una giornata per perlustrare i luoghi e poi per 48 ore di fila ognuno era libero di andare dove voleva a cercare le storie che più gli piacevano». 

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Pubblicato su Il Caffè

Fa la brava e ribellati - Storie di Emma

 Emma ha 36 anni, un bimbo di 6, di professione è ingegnere informatico e quando ha finito di fare tutto disegna. E disegna non poco: sul suo blog si trova un’infinità di fumetti e di storie a vignette, alcune delle quali hanno fatto il giro del mondo e sono state pubblicate da Le Monde e The Guardian. Il grande successo di Emma è che i disegni sono semplici, simpatici e il messaggio folgorante.
Uno dei più apprezzati da tutte le mamme del pianeta si intitola “Les vacances”. Emma è appena rientrata al lavoro dopo il congedo maternità e insieme alle sue colleghe parla delle vacanze estive. Una di loro le dice: “Vai di nuovo via? Ma sei appena tornata...”. 
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Pubblicato su Azione 

Una giornata in carcere

Ho sentito dire che il carcere è la peggior cosa che ti possa capitare, che è troppo duro, che lì succede di tutto. Altri invece dicono che è troppo molle, che sembra un cinque stelle, che stai meglio lì che fuori. La verità sta nel mezzo, come quasi sempre? No, forse sta da un’altra parte.

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Pubblicato su Azione 

Viaggio in Libano: Beirut vive

 «Quando sentiamo che in Svizzera si parla di ‘immigrazione di massa’ a noi, qui in Libano, fa un po’ sorridere...». Laurent è operatore umanitario, vive in Libano da un paio di anni e sua moglie, ricercatrice all’Università di Beirut, aspetta un bambino. Sono svizzeri e appassionati di Medioriente, parlano arabo molto bene e ne studiano ogni aspetto: lei più da punto di vista storico, lui sul terreno, tra le pieghe dell’attualità.
Su un terrazzo al dodicesimo piano di Ashrafie, quartiere cristiano della capitale, ci raccontano il loro Libano. Ci sono moltissimi problemi e grandissima gentilezza. La gente parla tutte le lingue, oltre all’arabo soprattutto francese e inglese, ognuno si veste come vuole e si paga ugualmente in dollari o in lire libanesi: camerieri e commercianti danno il resto nell’una o nell’altra valuta, senza mai sbagliare. Laurent ci dice che all’inizio controllava sempre, poi ha smesso. Aline invece ci mostra come è stato addobbato l’atrio di casa loro: con un abete scintillante e poco lontano una mezzaluna illuminata.

Pubblicato su la Regione Ticino

Marco Rodari, il Pimpa: un clown in Medio Oriente

Primo giorno in ospedale, Gaza. Arrivano decine e decine di ambulanze che scaricano pezzi di uomo, di donna, di bambino. I medici si trovano a dover scegliere chi provare a salvare, e quindi chi lasciare morire. I corridoi sono intasati, i cadaveri non si riescono a portare fuori dall’ospedale, nessuno riesce più a pensare, a lavorare, non c’è tempo, non ci sono strumenti per tutti. A un certo punto da un’ambulanza scende una bambina. Cammina sulle proprie gambe. Ha una ferita all’addome, guaribile. Il chirurgo la opera. L’operazione riesce. Tutti finalmente sentono una soddisfazione che non credevano più possibile. Però. Però non è finita. La bambina non parla. Curate le ferite del corpo, restano le ferite dell’anima.
Entra il Pimpa. Ha un naso rosso, niente altro. Forse un pezzo di carta, una cordicina, qualche piccolo minuscolo oggetto da mago. Le si avvicina in punta di piedi, lei lo guarda e sorride. Lui vuole giocare con lei, lei accetta. E ricomincia a parlare.
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Pubblicato su Azione

Foto di Yazan David

Festival del film Locarno: l'Industry Office



 
L’industria del Cinema

Festival di Locarno La parte pratica dei film

Ci fa notare Nadia Dresti che al giorno d’oggi è più facile produrre un film che farlo girare nelle sale. E non solo in Svizzera, ovunque: «I film che arrivano per partecipare al Festival del film Locarno sono sempre di più. Trovare un distributore è più difficile che ottenere finanziamenti! Ecco perché c’è bisogno di riflettere: quale film fare, come farlo, che linguaggio usare. Bisogna riuscire ad attirare il pubblico proponendo idee originali, nuove, attrattive» illustra la responsabile del settore Industry del Festival.
Nadia Dresti, delegata della Direzione artistica e responsabile delle attività internazionali, recentemente promossa anche alla carica di vice Direttore artistico, fa un mestiere per il quale non solo la competenza è importante ma, per usare le sue parole, «se non sei simpatico, sei fregato».

Pubblicato su Azione

Doris De Agostini campionessa di sci



'Ho sciato per la mia gente'

Doris De Agostini ci racconta come ricorda il periodo in cui era la prima ticinese a diventare campionessa mondiale di discesa sugli sci

È elegante lei, sono eleganti la sua casa e il suo modo di pensare. Chiacchieriamo in salotto, bevendo sciroppo di sambuco preparato in casa. Doris De Agostini, oggi sposata Rossetti, fa anche questo: lo sciroppo. Le mostro le vecchie riviste 3valli: 1976, 1977, 1978 e 1979... si continuava a parlar di lei, dopo gli allenamenti estivi, prima delle gare in autunno, durante i successi invernali, dopo i successi in primavera... Si guarda senza malinconia, sorridente, naturale.
Da giovane, molto giovane, è stata una promessa dello sci che si è poi avverata: Doris ha vinto, lo sappiamo bene, otto vittorie in Coppa del Mondo, la Coppa del Mondo di discesa libera del 1983 e la medaglia di bronzo vinta ai Mondiali disputati a Garmisch-Partenkirchen nel 1978. 

Pubblicato su Rivista 3valli

Pagliacci di Leoncavallo - le prove di un'opera lirica

Reportage Seguire le prove di un’opera lirica all’aperto con oltre 200 coristi è un’esperienza vorticosa, come stare dentro all’ingranaggio di un orologio colossale

Avete mai assistito alle prove di uno spettacolo con centinaia di figuranti che corrono di qua e là? E il regista in mezzo che dà istruzioni con il microfono? Aggiungetevi un gruppo di bambini, un direttore d’orchestra, tre maestri di coro che rincorrono i cantanti con gli spartiti sotto braccio, quattro solisti star della lirica, i loro assistenti, i tecnici, gli scenografi, i maestri di scena, le segretarie di produzione… il tutto in una grande arena all’aria aperta, con il sole negli occhi di giorno e i fari puntati di notte… Ecco, vi siete fatti un’idea di quello che sta succedendo a Como, accanto al Teatro Sociale, per la messa in scena dei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo in cartellone questa settimana.

Pubblicato su Azione

Il Camino di Santiago di Compostela per tutti, anche per disabili in carrozzella

La società tratta l’essere disabile sempre meno come una condanna, sempre di più come una caratteristica della persona. Lo dice Pietro Scidurlo, paraplegico dalla nascita a causa di un errore medico.
Ha fondato la Free Wheels onlus, associazione che fornisce aiuto, tutela e sostegno ai disabili e alle loro famiglie, si occupa di abbattere barriere fisiche e mentali e di mappare percorsi per persone con disabilità. Ha scritto una guida, appena uscita nell’edizione Terre di Mezzo, sul Cammino di Santiago de Compostela, per tutti, anche per persone con problemi fisici o sensoriali: disabili motori, non vedenti, ipovedenti, audiolesi, dializzati e trapiantati.
Questo libro indica ogni preparativo per il viaggio, da come scegliere a come preparare la sedia a rotelle e fornisce ogni sorta di indicazione utile per consentire a chiunque di vivere l’esperienza del Cammino: un elenco dei luoghi in cui si trovano i centri di dialisi, indicazioni dettagliate sugli albergue (locande, ostelli, posti letto) e i luoghi di interesse turistico o religioso, riguardo l’accessibilità per disabili.
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Pubblicato su Azione

Transiberiana: da Vladivostok a Mosca in treno

In Russia c’ero stata la prima volta un’estate nel 1998. A cercare cosa? Sicuramente Anna Karenina, il grosso gatto Begemot, un’orchestrina di strada, qualche domatore di orsi e la sensazione di estraneità. Li avevo trovati, fra la polvere e l’inflazione di quell’anno disgraziato, una cantante lirica che mi faceva da mamma e le sue torte al formaggio: pizza Kavkas e, sul giradischi, la Tosca. Avevo 19 anni e studiavo russo. Le mie amiche mi chiedevano: Perché non spagnolo?
In Russia ci sono di nuovo, adesso, con mio marito, nell’autunno del 2014, per attraversala in treno e per assaggiare il tempo di quel pezzo d’Europa che arriva fino al Giappone. Vogliamo arrivare a Vladivostok e non capire niente, vogliamo scoprire se lì la gente ha gli occhi a mandorla, vogliamo passare lentamente il dito su tutta la Siberia che ci sfila dal finestrino, con pazienza orientale, bevendo mille e una tazze di tè prima di arrivare a Mosca. 

Pubblicato su Imprese e Città
Fotografia di Andrea Guidicelli 

Fondazione Theodora: le Dottoresse sogni negli ospedali svizzeri

Visita di un reparto di pediatria in compagnia di due clown

Fare ridere è solo una delle attività che svolgono le artiste professioniste della Fondazione Theodora, chiamate dottoresse Sogni. Tale Fondazione esiste perché molto tempo fa un bambino come tanti altri è dovuto andare in ospedale per un periodo abbastanza lungo. Il suo unico sollievo consisteva nelle visite della madre, che aveva uno spiccato senso teatrale: si chiamava Theodora ed era capace di fare ridere e sorridere suo figlio dimenticandosi per un attimo dov’era, a quale rigido programma di cure era sottoposto. Una volta adulto, quel bambino ha creato la Fondazione insieme con suo fratello chiamandola come la loro mamma. Era il 1993 e negli ospedali svizzeri iniziava una fantastica esperienza che oggi si è diffusa in molti altri paesi, come la Turchia, la Gran Bretagna, l’Italia, la Francia, la Spagna, Hong Kong e la Bielorussia.

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Pubblicato su Azione
Fotografia di Stefano Spinelli

L'amore di clausura: la vita delle monache carmelitane di Locarno

 Non si può entrare; nascosta è la loro vita. Le monache carmelitane del Monastero di San Giuseppe, sui Monti di Locarno, abitano vicino al Santuario della Madonna del Sasso, in una casa bassa che non osa nascondere la magnifica vista sul golfo di Locarno, sul lago, sulla natura di alberi e montagne che ha davanti. Non vedo il giardino ma so che c’è un orto, piante e un frutteto. So che d’estate le monache vanno a leggere, pensare, raccogliersi, passeggiare. A volte in uno spiazzo d’erba mettono le sedie in cerchio e cuciono o parlano o leggono.
Io le incontro dietro una grata, simbolo del loro stare “da un’altra parte”, invisibili, intensamente concentrate sulla preghiera. Non può esserci chiasso dove si cerca una comunicazione, un amore, una famiglia fatta di luce. Mi offrono biscotti sfornati ieri sera, buonissimi, e il tè, servito in graziose tazze antiche e tutto, la zuccheriera, i cucchiaini, il vassoio ricoperto da un piccolo pizzo, tutto dimostra una cura speciale per ogni cosa. A ogni mia domanda paiono rispondere con una poesia.
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Pubblicato su Azione

Yul Brynner, svizzero, russo, americano... attore


Calvo e affascinante

Il Premio Oscar 1957 è considerato americano, è nato in Russia e le sue origini sono svizzere

Mi trovo nell’Estremo Oriente russo, a Vladivostok, e mi imbatto in una storia che mi diverte e mi pare straordinaria: in un museo è affisso un cartellone cinematografico degli anni Sessanta con le scritte in cirillico che annunciano il nuovo western americano dell’anno; la star del film è Yul Brynner, nato a Vladivostok, di origini svizzere.
Dentro al museo cittadino scopro che cento anni fa il nonno dell’attore è partito dal Canton Friburgo per far fortuna in Asia ed è poi diventato una personalità di rilievo nella città russa più orientale che c’è. Decido di indagare.
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pubblicato su Azione

Felice Varini e l'invisibile. Una nuova opera a Bellinzona nella sede di BancaStato

 
Cerco di vivere il più possibile e la vita è stata la mia maestra’, sorride misteriosamente l’artista, mentre con jeans sportivi e camicia elegante attraversa gli spazi, sale le scale, scruta i muri, traccia linee, dipinge con l’acrilico, esce a cercare un tubetto di colore per i ritocchi.
Non si svela molto, Felice Varini, preferisce che sia la sua opera a parlare al suo posto. E allora guardiamo cosa fa. BancaStato, allo scoccare dei suoi cento anni di esistenza, per la propria sede di viale Guisan a Bellinzona, ha commissionato un’opera all’artista locarnese che da molti anni vive a Parigi e che in tutto il mondo ha disseminato le sue forme inconfondibili.
Usare un ambiente costruito come il pittore usa la sua tela bianca è un’azione particolare, propria di tutto il lavoro di Varini e sulla quale si potrebbe ragionare moltissimo. Meglio però sperimentarla.
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Pubblicato su laRegione Ticino

Il corpo a corpo non significa picchiare. Anche la boxe può avere un ruolo sociale


 I giocatori di pugni

La boxe, uno sport che da sempre affascina scrittori e registi mentre fa paura al grande pubblico, può avere un ruolo sociale utile

«Da tre anni vengo qui e non sono più lo stesso. Da quando ho cominciato a fare boxe non ho più voglia di picchiare nessuno». Fare pugilato, infatti, non è lo stesso che dare botte e qui te lo ripetono in continuazione. Siamo nella palestra di boxe e thai boxe di Lucio Gallicchio, il Boxing Team Luganese, da alcuni anni trasferitosi da Massagno a Cadro. Un ex garage rimesso a nuovo in modo accogliente, con molto legno, un bel divano all’antica, una palestra con i macchinari per gli esercizi, tanti sacchi duri appesi al soffitto e un ring sopraelevato per gli incontri di boxe.
Alexandra ha scritto un libro dedicato a questa palestra e al suo gestore: «Una mia collega mi diceva: sei nervosa, fai boxe! Io cercavo di calmarmi con lo yoga, prendevo peso e non riuscivo mai a rilassarmi veramente. Mi sono iscritta di nascosto a un corso di pugilato e sono cambiata da così a così. Trattenevo la rabbia, ora incanalo le mie energie, conosco il mio corpo, sono dimagrita, sono più sicura di me stessa e ho più rispetto per quello che sono... tutto questo è positivo per me ma anche per tutti quelli che mi incontrano!». 

Pubblicato su Azione

David Larible, il clown dei clown, con il Circo Knie in Svizzera nel 2014


David Larible è – come quasi tutti nel circo – figlio d’arte. La sua famiglia lavora nel circo da sette generazioni di acrobati, giocolieri, musicisti, pagliacci. Suo nonno, francese, è nato a Martigny nel 1901, un giorno che erano in Svizzera in tournée, con il carrozzone e i cavalli e per la bisnonna era giunto il momento di partorire. Suo papà e lui stesso invece sono nati in Italia. ‘Anche tra il pubblico ci sono le varie generazioni, mi fa notare lui. Guarda lì (indica con la mano): vengono le nonne con le loro figlie e i nipotini. Questo è bellissimo’. Larible parla sei lingue molto bene e con noi naturalmente usa la sua lingua madre: l’italiano.
È un clown, lui, che quando va in giro si porta qualche chilo di buona pasta italiana e gli ingredienti per cucinare i sughi che gli piacciono di più; prende anche parecchi libri, perché legge un po’ di tutto, da Marquez a Hesse a Pirandello ai romanzi gialli; e la sua famiglia.
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Pubblicato su Azione
Foto di Andrea Guidicelli

Philippe Van Parijs e il reddito di base incondizionato (o universale)


Il 4 ottobre di un anno fa 125mila firme sono state depositate a Palazzo Federale a Berna e tra tre anni gli svizzeri voteranno per o contro l’iniziativa sul Reddito incondizionato, che è una forma di ‘piccolo’ salario (ancora non si sa a quanto può ammontare, ma gli iniziativisti parlano di 2000-2500 franchi) che ha la caratteristica di essere distribuita a tutti i cittadini, ricchi o poveri che siano. Chi la definisce un’utopia realizzabile, chi ne parla come il cambiamento sociale del XXIesimo secolo, chi la paragona a novità che un tempo sembravano assurde come l’abolizione della schiavitù, l’introduzione del riposo domenicale, l’Avs, le otto ore di lavoro, il suffragio universale e via dicendo.
«L’economia non è un comparto separato, anche lei deve essere sottoposta a riflessioni etiche»: è un fondamento del pensiero di Philippe Van Parijs, professore alla Facoltà di scienze economiche, sociali e politiche dell’Università cattolica di Lovanio (Louvain), di cui anima la Cattedra di etica economica e sociale fin dalla sua creazione nel 1991. Van Parijs è conosciuto in Europa soprattutto come principale sostenitore della proposta di introduzione di un reddito di base.

Pubblicato su laRegione Ticino

Proiezionisti del Festival del Film Locarno e vecchie pellicole


L’uomo nell’ombra è quello che fa luce. Se ne sta nella sua stanza, in fondo alla sala da cinema, da solo; lontano dai riflettori: è lui il riflettore e gli piace così.
I proiezionisti sono uomini discreti, non cercano la folla, sono artigiani. Amano la pellicola, il suo rumore, la sua fragilità e la sua potenza. Ci accolgono nei loro loculi scuri, sono sorridenti e contenti di parlare; ma poi, quando devono far partire il film, ci congedano con gentilezza e si vede che tornano volentieri al loro lavoro concentrato, appartato, taciturno.
Il papà di Jean-Michel era proiezionista pure lui, così da bambino un giorno lo ha portato con sé a vedere Robin Hood dalla cabina di proiezione. Poi ogni anno, per Natale, prendeva il figlio al lavoro e insieme vedevano il nuovo cartone animato di Wald Disney. Jean-Michel guardava un po’ il film e un po’ suo papà.  

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Foto di Stefano Spinelli
Pubblicato su Azione

Ioana Butu burattinaia rumena in Ticino



Ioana Buţu, migliore amica del cane Peo e di molti altri burattini, ci racconta che cosa significa per lei ‘animare gli oggetti’

Partiamo dai ricordi. Ioana Buţu, nata a Sibiu, bellissima cittadina nel cuore della Romania, aveva quattro anni quando ha infilato per la prima volta una mano in una calza e l’ha trasformata in un essere parlante. «Sono la minore di tre sorelle», racconta. «Però quando facevamo teatro ero io che comandavo: le mattine senza scuola prendevamo cucchiai di legno, gli dipingevamo la faccia e incollavamo capelli di lana; poi io creavo una storia, dicevo alle mie sorelle che cosa dovevano dire la sera, durante lo spettacolo che allestivamo in cortile. Facevamo così anche con le calze, che diventavano personaggi». E il teatrino? «Due sedie rovesciate e una coperta sopra!», ride allegra, questa attrice burattinaia arrivata negli anni Novanta dalla Romania nell’ambito di uno scambio culturale con il Teatro Dimitri.  

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Foto di Stefano Spinelli

Centro per rifugiati di Chiasso: «i richiedenti l'asilo ci fanno viaggiare sul posto»


Desideravo capire che tipo di mestiere è dirigere un Centro per Rifugiati e prendendo appuntamento con il direttore non avevo pensato di poter guardare io stessa qualche ora della vita che si svolge lì dentro. Antonio Simona saluta tutti con grande cordialità, ha la risata pronta e la sigaretta sempre in bocca. Stringe le mani con calore, quelle dei sorveglianti, dei colleghi, di chiunque si rivolge a lui. Mi mostra lo sportello dove arrivano i richiedenti l’asilo, per la maggior parte che viaggiavano in treno e portati lì dalle guardie di confine per la registrazione. Simona chiede: quanti ne sono arrivati oggi? Tre, gli dicono: uno dall’Egitto, uno dal Marocco, un altro dall’Eritrea.

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Fotografia di Stefano Spinelli  

Timerepublik, la banca del tempo da Lugano a New York con tappa in Brasile



TimeRepublik è una delle migliori piattaforme su internet: ci si scambia qualsiasi tipo di lavoro ed è stata fondata da due luganesi. Sul suo sito ci si iscrive, si definisce il proprio profilo a seconda di quali attività si è capaci di svolgere e si vuole mettere a disposizione. I talenti possibili sono 304, divisi in 62 sottocategorie e in 14 grandi settori: animali, arte, gastronomia, lavori domestici, mondo digitale, sport, salute e benessere... e più nello specifico troviamo aiuti che vanno da quello veterinario all’insegnante di discorsi in pubblico, dal traslocatore al consulente fiscale, dal massaggiatore al meccanico di bici.
Io so fare questo e lo offro; però ho bisogno di quello e lo prendo. Moneta di scambio: il tempo.

Vediamo come funziona.
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Pubblicato su Azione

L'umiltà di studiare il cinese - Il Centro Culturale Cinese a Lugano e la sua fondatrice





Sta per compiere vent’anni il Centro Culturale Cinese di Lugano, voluto da Francesca Wölfler, che insieme con insegnanti e traduttori ha gettato un ponte tra due Paesi molto lontani...

Ha gli occhi a mandorla e a Napoli, dove è cresciuta, si è sempre sentita ‘fuori posto’. A Shanghai, invece, Francesca Wölfler dice che era come essere ‘veramente a casa’. L’origine dei leggeri tratti asiatici della sua famiglia è dovuta a un antenato dell’Est Europa, mentre lei è nata e vissuta fino all’età adulta in Italia. Voleva diventare medico, ma poi le cose sono andate altrimenti. Una motivazione profonda è affiorata e poi cresciuta in lei e Francesca si è ritrovata nella tranquilla e silenziosa isola in mezzo al caos di Napoli, che è la prestigiosa Università di Studi Orientali.

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Foto di Stefano Spinelli 

Una giornata al Tavolino Magico con Fra Martino Dotta


Sono lunghe le giornate di Fra Martino. E dense. Anche se ci ha fatto l’abitudine, anche se è attorniato da persone brave, competenti, generose, la realtà dentro la quale nuota il frate cappuccino di Montagnola è quella della povertà. La povertà di casa nostra, dunque quella più lontana da noi, quella che stentiamo a credere, perché la povertà, ci hanno insegnato, è sempre al di là del mare, o nelle metropoli, o dove c’è la guerra.
E invece no. Il fronte è anche qui e per un giorno, un mercoledì di luglio, cerchiamo di guardarlo con gli occhi di un religioso.

Pubblicato su Azione

Giovanni Orelli, scrittore e poeta contadino di Bedretto. Dalla valanga alla città di Lugano


 «Nel 1601, Keplero, l’astronomo tedesco che allora aveva trent’anni e neanche un soldo, regalò al suo migliore amico un fiocco di neve, perché se lo guardi è bello come un diamante. Ma quando i fiocchi diventano miliardi e poi diventano una valanga, allora non stiamo più parlando di gioielli. Io ero stufo di vedere neve e nel 1951 ci faceva anche paura. In marzo ci fu l’evacuazione». Giovanni Orelli ci porta nel suo studio, che non è nella casa di un esiliato, ma il posto dove vive, nella città che ormai è diventata la sua da oltre mezzo secolo, Lugano.
Siamo venuti per parlare con lo scrittore di Bedretto del suo rapporto con la montagna, senza sentimentalismi, tenendo insieme tutta la complessità di qualcuno che conosce più ambienti, più culture, che conosce l’andarsene e l’arrivare. Pensiamo che un’identità sia fatta di molte cose: è importante dove siamo nati, come siamo cresciuti, che cosa riempiva i nostri occhi e le nostre orecchie da bambini; e poi importa come tutto questo, durante il viaggio nell’età adulta, sia rimasto spiegazzato in valigia oppure sia stato tirato fuori, e come, e quando, e da chi. E se è diventato poesia, ricchezza e saggezza, come nel caso di Orelli, allora ci interessa ancora di più.

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Fotografia di Mathias Muheim
Pubblicato su Rivista 3valli

Che cosa è il coworking? L'esempio dello Spazio 1929 di Lugano

Indipendenti, unitevi!
Oggigiorno tanti giovani vivono così: lavorano qua e là. Si inventano uno, due, tre mestieri. Stanno in proprio perché nessuno li assume, perché ormai sono abituati alla libertà, perché mettono insieme lavori diversi. Hanno professioni nelle arti grafiche, nel settore della comunicazione, nei servizi informatici; sono artisti part time, fanno qualche traduzione per sopravvivere, compilano domande di sussidi per i loro progetti. Sono a casa, collegati a internet, seduti alla scrivania, sul divano, sul letto, perché non possono permettersi un ufficio da soli. A volte sono precari, isolati, si alzano al mattino e guardano la posta prima di fare colazione. Capita che non escano per un giorno intero; e quando hanno bisogno di un collega non sanno chi chiamare.
Nel 2005 a San Francisco alcuni di questi, non potendone più, hanno inventato un modello di ufficio nuovo che ora si sta espandendo rapidamente in tutto il mondo, in particolare nelle grandi città: il coworking.
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Pubblicato su Azione

Viaggio in Israele: Haifa, il kibbutz di Ein Gedi e l'asilo di Liun



Nei giorni in cui gli Stati Uniti minacciano la Siria che a sua volta minaccia Israele, in cui Putin si rivela più conciliante di Obama e il nuovo presidente dell’Iran Rohani dichiara di volere pace e amicizia con tutti i Paesi dell’area, incluso quello ebraico, Nir e Dana portano all’asilo per la prima volta la loro bambina Liun, di due anni e mezzo. Abitano a Haifa, città portuale sul mediterraneo a due ore da Tel Aviv. Haifa è grande, la si vede da lontano perché appena finisce il mare iniziano le colline su cui sorgono case, palazzi e i più bei giardini Bahai del mondo. La strada in cui vivono Nir, Dana e la piccola Liun è sporca, ma non solo di rifiuti che si accumulano e attirano gatti randagi, come molte città d’oriente: è anche sporca di fiori.


Pubblicato su laRegione Ticino

Il Museum of broken relationship di Zagabria

Una scatola d’incenso afrodisiaco, accompagnata dal commento dell’ex proprietario “Non funziona”, è il messaggio più conciso di tutta la collezione; quello più tenero: il foglio di un bambino di venti anni fa, con una dichiarazione d’amore per un’altra bambina, sua vicina nel pullman di fuggiaschi che lasciavano i Balcani in fiamme. Mai più rivista, mai dimenticata, e mai avvertita che una lettera d’amore era stata scritta per lei in quel furgone. E poi abiti da sposa mai indossati, tolti dal buio degli armadi e restituiti alla luce cicatrizzante del museo, fotografie staccate dai muri e scivolate nei cassetti, e ancora vagonate di peluche di dubbio gusto, rimasti i soli a credere alle promesse d’amore eterno ricamate sui loro maglioncini colorati. Amori frivoli, amori intensi, amori tragici. 
Tra le cattedrali che custodiscono la Storia, l’Arte e la Scienza, il piccolo museo di Zagabria apre qualche spioncino sulle vite delle persone comuni. Nella capitale croata, è la gente che fa il museo. Una trovata per guardoni? Forse, se per guardoni intendiamo chi ama le storie reali, piccole e quotidiane, magari anche molto interessanti, che possono svolgersi sotto le nostre finestre, nel tavolo a fianco mentre siamo al ristorante, e ora... anche al museo. 

Di Sara Rossi e Andrea Guidicelli, pubblicato su Azione